Senza accordo sul tetto del debito americano altro che crisi del 2008

Le crisi di Washington non sono tutte uguali. Il prolungato shutdown dei servizi federali non essenziali è un grave incidente politico e d’immagine che però ha conseguenze economiche perimetrabili; un mancato accordo sull’innalzamento del tetto del debito pubblico, invece, impedirà all’America di onorare i debiti e sostenere le spese, primo passo verso un default che promette conseguenze disastrose. Entrambe le “issue” sono legate, da un punto di vista politico, all’Obamacare, riforma che i repubblicani vogliono definanziare, altrimenti addio voto sulla legge di bilancio e sul tetto del debito. All’intransigenza conservatrice Barack Obama e i democratici rispondono con una posizione uguale e contraria, rifiutandosi di negoziare un accordo che contiene concessioni politiche.
22 AGO 20
Immagine di Senza accordo sul tetto del debito americano altro che crisi del 2008
New York. Le crisi di Washington non sono tutte uguali. Il prolungato shutdown dei servizi federali non essenziali è un grave incidente politico e d’immagine che però ha conseguenze economiche perimetrabili; un mancato accordo sull’innalzamento del tetto del debito pubblico, invece, impedirà all’America di onorare i debiti e sostenere le spese, primo passo verso un default che promette conseguenze disastrose. Entrambe le “issue” sono legate, da un punto di vista politico, all’Obamacare, riforma che i repubblicani vogliono definanziare, altrimenti addio voto sulla legge di bilancio e sul tetto del debito. All’intransigenza conservatrice Barack Obama e i democratici rispondono con una posizione uguale e contraria, rifiutandosi di negoziare un accordo che contiene concessioni politiche.
Anche gli osservatori più catastrofisti ora ammettono che lo shutdown non rallenterà poi così tanto la crescita del pil: il Pentagono ha riportato tutti gli impiegati al lavoro e il Congresso ha votato una legge che garantirà il pagamento retroattivo per le centinaia di migliaia di lavoratori federali che da martedì scorso sono forzatamente a spasso. In queste condizioni, uno shutdown di vari mesi potrebbe produrre danni apprezzabili, ma per il momento la situazione è gestibile, convinzione che si è espressa nella sostanziale tenuta dei mercati dopo la parziale chiusura dello stato. Il tetto del debito è un’altra storia. E ieri Obama lo ha ripetuto, usando gli aggettivi ricorrenti nelle dichiarazioni degli economisti: “Caotico”, “folle”, “disastroso”, una “bomba nucleare”, come la chiama Warren Buffett. Il “debt ceiling”, introdotto durante la Prima guerra mondiale per evitare eccessi di indebitamento bellico, indica la quantità massima di denaro che lo stato può prendere in prestito per onorare gli impegni finanziari approvati dal Congresso nella legge di bilancio.
Il tetto, al momento, è fissato a 16.700 miliardi di dollari e tecnicamente è già stato varcato a maggio. Per sostenere gli obblighi finanziari, il dipartimento del Tesoro ha messo in campo una serie di misure eccezionali che aggirano il tetto e guadagnano tempo, ma questo assetto ha una data di scadenza. Precisamente il 17 ottobre, dice il segretario al Tesoro Jack Lew. Dopo quella data l’America “non avrà più soldi per onorare i pagamenti”. Le stime dell’Amministrazione dicono che nelle casse rimarranno soltanto 30 miliardi di dollari, cifra con cui lo stato può andare avanti in realtà almeno fino al 1° novembre: il Congressional Budget Office prevede un versamento da 12 miliardi il 23 ottobre (pensioni) e uno da 6 miliardi il 31 ottobre (interessi sul debito), mentre l’appuntamento con l’insolvenza è per il giorno successivo, quando lo stato è chiamato a stanziare 67 miliardi che potrebbe non essere autorizzato a prendere in prestito. Le conseguenze “disastrose” di cui parla la Casa Bianca e le prospettive di “recessione o anche peggio” annunciate dal capo economista del Fondo monetario internazionale, Olivier Blanchard, non inizieranno dunque a farsi sentire allo scattare dell’ora fatale. Il governo potrebbe anche decidere di privilegiare alcune voci di spesa prioritarie e congelarne altre per ritardare ulteriormente il default, ma la Casa Bianca giudica quest’opzione equivalente al fallimento.
Dopo settimane in cui gli operatori di Wall Street hanno sostanzialmente ignorato le zuffe politiche, lunedì sono arrivati i primi segni di nervosismo. I banchieri che Obama ha visto la settimana scorsa stanno mandando segnali negativi per forzare il Congresso a trovare un accordo ed evitare un default che secondo James Staley, dell’hedge fund Blue Mountain Capital, “potrebbe generare una crisi peggiore di quella del 2008”. E sullo sfondo, naturalmente, si innervosiscono anche i creditori stranieri, in primis la Cina. Quando, nel 2011, il Congresso non ha innalzato il tetto del debito nei tempi stabiliti, la punizione è arrivata sotto forma di un downgrade del debito da parte di Standard & Poor’s. Ma, come nota Joe Weisenthal su Business Insider, l’attuale stallo è anche più preoccupante di quello di due anni fa: allora la sopvrapposizione fra la depressione economica acuta e la voglia di riscossa dei repubblicani che avevano conquistato la Camera qualche mese prima ha creato un pantano politico tutto sommato prevedibile. Questa volta la crisi ha più a che fare con il sistema che con una congiuntura storta.